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LA GROTTA DI SAN TEODORO, TESTIMONIANZA DA VALORIZZARE

“Dal ritorno di Thea al rilancio delle attività di valorizzazione dei tesori paleontologici e archeologici di Acquedolci”, questo il titolo dell’interessante convegno svoltosi sabato 27 gennaio presso l’aula consiliare del Comune di Acquedolci e presso la sala teatro dell’Istituto comprensivo “G. Verga”.

A fare il punto della situazione, la Prof.ssa Laura Bonfiglio, paleontologa, già docente presso l’Istituto di Scienze della Terra dell’Università di Messina, che ha condotto le ultime campagne di scavi presso la grotta. La stessa ha auspicato, durante la visita presso il sito, che si riprendano i lavori di ricerca, perchè tanto altro v’è ancora da scoprire, aggiungendo quanto sia importante che lo stesso sia maggiormente valorizzato ed inserito come merita nei circuiti turistici regionale-nazionale ed internazionale.

Si è auspicato anche che la grotta di San Teodoro, per la sua importanza scientifica e culturale, sia inserita nei siti Unesco, in quanto Patrimonio dell’Umanità.

Sono intervenuti pure la Prof.ssa Gabriella Tigano, il Prof. Valerio Agnesi, direttore del museo “Gemellaro” di Palermo, ed il Prof. Luca Sineo.

Prima della pausa pranzo v’è stata l’inaugurazione della nuova sede dell’antiquarium in piazza Giovanni Paolo II.

Si è precisato che la nuova sede rappresenta solo una tappa intermedia, in quanto è intenzione dell’Amministrazione di trasferire la stessa, dopo adeguata opera di restauro, presso il castello Cupane.

Nel corso dell’intensa giornata di lavori, in una gremita sala consiliare, è stata conferita la cittadinanza onoraria di Acquedolci ai Professori Guido e Francesco Basile, rispettivamente docenti e Rettore dell’Università di Catania, per il particolare legame degli stessi e del compianto padre, Prof. Attilio,  verso la Comunità di Acquedolci.

Giuseppe Scaffidi Fonti

 

 

VADO AL MASSIMO: ADRIANA LECOUVREUR

“Adriana Lecouvreur” di Francesco Cilea esordisce nel 1902. Siamo al Massimo nell’aprile del 1904, due anni dopo la prima al Teatro di Milano, alla presenza del compositore e sotto la direzione di Cleofonte Campanini, con interpreti Enrico Caruso nel ruolo di Maurizio e Angelica Pandolfini in quello di Adriana.

 

Il 22 ottobre 2017 siamo di nuovo nel capoluogo siciliano, dove Cilea nel triennio 1913-1916 era stato direttore del Conservatorio e di questo periodo aureo Palermo ha memoria, riservando grandi attenzioni ad Adriana Lecouvreur, facendola comparire costantemente nei cartelloni del Massimo teatro cittadino con presenze di punta che ne hanno segnato la storia: dalla prima Adriana, la mascagnana Gemma Bellincioni, a Giuseppina Cobelli nel 1936, a Pia Tassinari nel ’45, a Mafalda Favero nel ‘50, poco prima del suo ritiro dalle scene; da Magda Olivero nel ’59 ad Antonietta Stella nel ’66, amata dal pubblico siciliano, da Giovanna Casolla nel 1988, a Raina Kabaivanska nel ’96, fino alla compianta Daniela Dessì in occasione dell’ultima ripresa nel 2009.

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©Rosellina Garbo

Questa sfilza di artiste mastodontiche basta ad illustrare il clima di spasmodica attesa che ha preparato il debutto palermitano di Angela Gheorghiu, in un ruolo che ha di recente sigillato la sua fama in occasione della centocinquantesima rappresentazione dell’opera sul palcoscenico del Covent Garden. La Gheorghiu è “Splendida! Portentosa!… Diva!”; un tenue arpeggio in pianissimo dell’orchestra accompagna l’ingresso in scena di Adriana, negli abiti orientali di Rossane, che intona l’aria “Io son l’umile ancella del Genio creator..” (Andante con calma), la cui limpidissima melodia diviene il motivo ricorrente legato alla protagonista. Va subito detto che, pur attestandosi sugli altissimi livelli attesi, la magistrale performance della Gheorghiu è stata eguagliata dalle prestazioni di alcuni coprotagonisti; La Musa rumena sembra a tratti assente nel registro medio-basso, come se tardasse a carburare e le esplosioni sonore risultassero disinnescate, quasi che fosse in sordina e serbasse la potenza vocale per i momenti pateticamente nodali degli atti successivi e nel primo vestisse semplicemente i panni della sociétaire della Comédie-Francaise, alle prese con le prove del Bajazet di Racine, per cui verrebbe da chiedersi se la il contegno usato non sia studiato e eccessivamente manierato allo stesso tempo.

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©Rosellina Garbo

 

 

Nel secondo atto, quello della Grange-Batelière, nei pressi dell’Opera di Parigi, dove è ubicata la villa del Principe di Bouillon, l’artista è costretta ad uscire gli artigli e il fiato nello scontro con l’imperiosa Principessa di Bouillon di Marianne Cornetti; ritrova così slancio ed energia e appicca quel fuoco incandescente che deve animare il personaggio e che viene alimentato dai continui duetti tra le rivali. La forza scenica e canora della protagonista è massima negli ultimi due atti; lo scambio di battute sul bracciale della Principessa, perso durante la fuga dal villino e mostrato da Adriana su richiesta degli ospiti e della rivale, avvia la ricerca di un fraseggio volto a sottolineare il potere vendicativo della parola che campeggia poi nel monologo di Fedra, capolavoro assoluto perché più unica che rara è la possibilità di sentire così chiaro e dosato il crescendo dal declamato al canto fino al finale “Chiedo di ritirarmi..” che ha il sapore della vendetta e della catastrofe imminente. L’artista si rivela un’attrice straordinaria, cimentandosi in travolgenti esempi di “recitar cantando” spesso declamati, facendo capire come non sia automatica l’equivalenza attrice-cantante.

Prodigiosa nell’ultimo atto, quando giungono a maturazione l’eleganza, il colore timbrico arricchito da un vibrato preciso e stentoreo che rendono al meglio il travaglio della donna e dell’artista, unendo lo charme, la sensualità e la vulnerabilità che costituiscono la principale attrattiva del personaggio, non più “umile ancella” del poeta, ma tragedienne rapinosa che mozza il fiato con il lapidario explicit “Ecco la luce”. La protagonista è circondata da un cast con almeno due nomi d’eccezione: si è accennato a Marianne Cornetti, nel ruolo della Principessa di Bouillon furiosa di gelosia e di passione; tellurica forza della natura, dotata di un timbro imponente, dalle risonanze cavernose, capace di far tremare le fondamenta degli abissi (la sfera celeste la lasciamo all’angelica Adriana) nella sua avvolgente e veemente “vagabonda stella d’Oriente”. Non mi sorprende che la Gheorghiu abbia dovuto alzare i toni per reggere il confronto con la Principessa ; il rischio di finire travolti da quell’uragano di impetuosità sonora, potenza vocale e di emissione, che bene si attagliano alla ferinità del personaggio, è concreto, ma si è tradotto in una lotta tra giganti che non decreterà mai una vincitrice.

 

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©Rosellina Garbo

Grande plauso va al Michonnet di Nicola Alaimo, che porta in scena un’invidiabile maturità interpretativa in cui anche il physique du rôle sembra coincidere con le frustrazioni dell’umile direttore di scena, appagato e candido professionista, uomo profondamente frustrato e infelice. La presenza scenica regolata si fonde a una generosità vocale, a una sontuosa cifra che trova nel canto di conversazione l’ultimo traguardo vittoriosamente conquistato: per questo è amico e amante, fratello e padre, presenza autorevole e rassicurante, che meritatamente conquista un successo personale e graduale nel corso della recita.
Meno convincente il Maurizio di Martin Muehle, in cui già dalle prime note dell’andante “la dolcissima effigie” invano ci aspettiamo variazioni e sfumature, estranee a quell’impostazione di voce che fa leva esclusivamente sulla chiarezza del timbro a tratti troppo metallico, senza darsi pena della sua coloritura e intensità funzionali ad un’interpretazione che ho visto emergere solo quando il Conte di Sassonia tiene tra le braccia l’amata morente, troppo tardi quindi.

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©Rosellina Garbo

Non del tutto convincente la coppia composta dal Principe di Bouillon di Carlo Striuli, con qualche segno del tempo dovuto all’onerosa carriera, e dall’Abate di Chazeuil di Luca Casalin, non sempre brillante. Molto più brillante rispetto al duo precedente il quartetto dei comédiens, composto dalle funzionali voci maschili di Angelo Nardinocchi (Quinault) e di Francesco Pittari (Poisson) e da quelle femminili di Inés Ballesteros (M.lle Jouvenot) e Carlotta Vichi (M.lle Dangeville) adamantine e squillanti. Da menzionare, infine, un’assoluta novità nel corso del terzo atto: il balletto coreografico rimane, nelle mani di Giuseppe Bonanno, una citazione d’autore del divertissement francese settecentesco affidata all’eleganza di Fabio Correnti, Elisa Arnone e Francesca Davoli; mentre il coro quasi lo ammanta con leggerezza e trasparenza eteree, sensibile alle indicazioni dinamiche della direzione di Piero Monti.

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©Rosellina Garbo

Occorre dire del buon lavoro eseguito dall’orchestra sotto la direzione di Daniel Oren. La sua familiarità con il repertorio italiano non lo ha portato a cercare la teatralità struggente; assecondare il gioco letterario del teatro nel teatro, presente nell’ibrido libretto di Colautti, avrebbe comportato la moltiplicazione dei piani sonori, mentre sullo sfondo si percepisce l’assimilazione della lezione wagneriana dei motivi conduttori. Si tratta di un unico filo musicale, un Lied infinito potremmo dire, che dall’adagio iniziale si allunga e annoda sull’adagio in pianissimo delle battute finali e nelle due pagine di sola orchestrazione (metà del secondo atto e inizio del quarto), dove ha mano libera, il direttore si diletta ad enfatizzare gli empiti melodici senza mai sovrastare il canto, bensì tonificandolo e permettendo agli interpreti di crescere in potenza e intensità dove necessario. La bacchetta dell’israeliano è una penna rossa che evidenzia i punti clou in corrispondenza dei quali agli artisti è richiesta una particolare cadenza, un fraseggio che ricalchi il discorso del concertato con l’inclusione di elementi personalizzati che, a parte pochissimi casi isolati, non sono venuti sempre fuori alla perfezione, non nel modo predisposto dal direttore stesso immagino.

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©Rosellina Garbo

La regia di Ivan Stefanutti decide di prescindere dalla rievocazione settecentesca per lavorare sul periodo storico in cui l’opera vede la luce e riflettere sul fenomeno del divismo, che proprio in quel torno d’anni passa dalla scena teatrale a quella del cinema muto. Adriana Lecouvreur diventa così sorella maggiore di Eleonora Duse, protagonista di una sontuosa pellicola in bianco e nero in cui la strepitosa eleganza dei costumi valorizza gesti, posture, atteggiamenti di sicuro impatto sul pubblico. Angela Gheorghiu perfettamente entra nelle vesti della donna di spettacolo, non soltanto sfoggiando quattro mise con pennacchi, piume e strascico che ne esaltano la figura, ma soprattutto assumendone i tratti, attraverso l’identificazione alle dive di primo Novecento. In questo senso è suggestivo il finale con il delirio di Adriana che quasi confonde la sua morte reale con quella fin troppe volte rappresentata sulle scene; mentre una gigantografia di Lyda Borelli, maestosa sullo sfondo del boudoir dell’artista, si accende di tenui colori pastello. E diventa emblema della donna di successo amata da tutti e uccisa dall’amore.

Cristina Scaffidi Fonti
Palermo, 22 ottobre 2017

PRIMUS INTER PARES

Chi ha la responsabilità di coordinare la gestione di una squadra è necessario che sia così autorevole da non permettere ad alcuno di prevaricare sugli altri componenti, per evitare che si inneschino meccanismi psicologici imprevedibili che possono nuocere gravemente all’equilibrio complessivo dell’insieme. Con ripercussioni negative sul buon andamento delle scelte amministrative finalizzate al perseguimento del bene comune. Continua la lettura di PRIMUS INTER PARES

DAL WERTHER: IL “MASSIMO”

Una fanciulla che si aggira tra il pubblico abbigliata in mise anni ’40, appeso al collo un vassoio che contiene una sfilza di pacchetti, distribuisce volantini che rappresentano una locandina vintage. I personaggi si aggirano alla ricerca di un posto sulle note iniziali del preludio. La cinepresa è puntata sulla platea, si abbassano le luci e inizia il countdown: stasera, 31 maggio, si proietta il Werther di Massenet. Continua la lettura di DAL WERTHER: IL “MASSIMO”

Cronache  dell’anno  della  Singolarità

La piramide del 38° parallelo di Mauro Staccioli (Sicilia arte)

Anno  2132.  Dialogo  fra  uno  studente  di  Teoria  dell’Informazione  Computazionale  e  il  suo  professore.  La  TIC  è  oggi  la  scienza  unificante  e  ha  per  scopo  la  ricostruzione  in  forma  incrementale  della  mappa  del  sapere  umano  e  ha  ormai  raggiunto,  nel  secolo  ventiduesimo,  la  stessa  rilevanza  che  la  ricerca  della  “teoria  unificata”  ebbe  a  cavallo  del  ventesimo  e  del  ventunesimo  secolo.    27  Agosto  2132.  Università  di  Princeton.  Computational  Information  Theory  Institute.  Dialogo  fra  il  titolare  della  cattedra  di  Computational  Information  Processing  e  un  suo  allievo.    -Vuoi  dire  che  potremmo  essere  in  grado  di  decifrare  qualunque  messaggio  dei  nostri  nemici?    -Non  ho  detto  questo,  non  pensavo  alle  applicazioni  militari,  ma  potrebbe  essere  possibile. Continua la lettura di Cronache  dell’anno  della  Singolarità

La meglio gioventù, Ardeatine: i ragazzi di Roma VIII con Paolo Pace e Nicoletta Latteri incontrano Tina Costa.

Sono tanti, tantissimi, nonostante la marcia sia lunga. Con gli striscioni colorati preparati a scuola, con passione. Colorati e vociosi: “Bella ciao” è il motivo sempre nuovamente ritmato andando di buon passo tra gli applausi della folla plaudente commossa. Presente, con la fascia con i colori della città “er giallorosso de Roma” Paolo Pace, Presidente del Municipio, Nicoletta Latteri, Presidente della Commissione Cultura, e le altre autorità municipali. “Bella ciao” se canta in coro, commossi. A Piazza S. Orosio si incontra anche la banda municipale e così la musicalità assume toni meno improvvisati e più eleganti, ma sempre appassionati. In memoria. Per non dimenticare. Continua la lettura di La meglio gioventù, Ardeatine: i ragazzi di Roma VIII con Paolo Pace e Nicoletta Latteri incontrano Tina Costa.

Come utilizzare il Capitale umano

Come utilizzare il capitale umano, questo il tema del convegno organizzato dal Centro Studi Luigi Sturzo Nebrodi di cui è responsabile il dott. Agostino Di Lapi, svoltosi a Sant’Agata di Militello presso la Parrocchia Sacro cuore il 22 dicembre scorso.

Nel suo intervento introduttivo il dott. Di Lapi ha evidenziato l’importanza della formazione, insieme alla determinazione e alla ricerca di idee innovative , per coloro che vogliono portare avanti un’idea imprenditoriale.

Sono intervenuti il Prof. Maurizio Ballistreri, docente di diritto del lavoro presso l’Università di Messina, che ha trattato il tema della contrattazione collettiva di prossimità,  il prof. Filippo Grasso, docente di Economia delle imprese turistiche presso lo stesso ateneo, che ha preannunciato un grosso cambiamento di strategia nella normativa riguardante gli aiuti alle imprese del settore turistico. Con il nuovo piano strategico nazionale e regionale, si dovrebbe dare l’addio agli interventi “a pioggia” nel settore turistico, mentre al contrario si dovrebbero privilegiare le azioni che hanno un immediato riscontro e ricaduta “strutturale” nel contesto economico-sociale. Lo stesso ha parlato di una startup che ha contribuito a formare ed avviare nel comprensorio dei Nebrodi, denominata “LUNA”, acronimo che sta per “Luoghi Narrati”, una cooperativa che si prefigge appunto lo scopo sociale di narrare, raccontare i luoghi, i borghi, i monumenti, le opere dei piccoli paesi dei Nebrodi, invitando il suo Presidente a spiegare come è nata l’idea e quello che si intende fare nell’immediato futuro. Continua la lettura di Come utilizzare il Capitale umano

La bandiera del califfato sul Vaticano: lo dicono tutte le profezie da Malachia ad oggi, e Papa Francesco è nel segno dell’Apocalisse, tuttavia…

111 motti latini per descrivere i 111 Papi che dal 1143 si sarebbero succeduti sul trono di Pietro sino ai ns giorni, il tutto con la collaborazione di San Bernardo. La prima, ex castro tiberi allude al paesino d’origine di Celestino II, la 111, de gloria olivae, designa con l’ulivo simbolo di Pace, Benedetto XVI. Poi l’ultima, Petrus romanus: “In persecutione extrema sacrae romanae ecclesiae sedebit Petrus romanus , qui pascet oves in multis tribulationibus; quibi transactis, civitas septis collis diruetur, ed Judex tremendus judicabit populum suum. Amen. Le profezie dell’ Archiepiscopus Malachia si sono sempre avverate, e furono trascritte dal monaco benedettino Arnold Wion nel 1595. E’, se si prescinde dall’Apocalisse di San Giovanni dove pure si parla della distruzione della città dai sette colli, la più antica delle profezie e troverebbe concrezione proprio nei nostri tempi. Alla lista degli “eccellenti” non poteva ovviamente mancare Nostradamus, Continua la lettura di La bandiera del califfato sul Vaticano: lo dicono tutte le profezie da Malachia ad oggi, e Papa Francesco è nel segno dell’Apocalisse, tuttavia…

BREXIT DELLA GRAN BRETAGNA

La Gran Bretagna ha deciso con un referendum di uscire dall’Unione Europea sbattendo la porta. E’ la dimostrazione tangibile di quanto danno possano arrecare gli egoismi nazionalistici, quando questi hanno la meglio rispetto ad una visione globale dello stare insieme.

Ma per capire meglio come si è addivenuti a ciò, è bene fare qualche passo indietro. Illuminante in tal senso è la disamina che ne ha fatto qualche settimana fa, prima del voto, il giornalista londinese Gwynne Dyer, esperto di politica internazionale. Continua la lettura di BREXIT DELLA GRAN BRETAGNA

L’esortazione apostolica “Amoris Laetitia” e gl’ “apostati” Dan Brown e Houellebecq.

“Costui è posseduto da Beelzebul e scaccia i démoni per mezzo del principe dei démoni…” (Mc 3, 22). E’ una delle tante accuse mossemi. Eppure, accostare l’esortazione apostolica di Papa Francesco su una delle più centrali tematiche del cristianesimo di oggi come di sempre, la Famiglia, ai nomi ed alle opere di due apostati quali Houellebecq e Dan Brown non è assolutamente né demonia, né provocazione inutile, né vuoto esercizio retorico. Continua la lettura di L’esortazione apostolica “Amoris Laetitia” e gl’ “apostati” Dan Brown e Houellebecq.